Biologico, domande frequenti

Ecco le domande che mi sento fare più spesso a proposito dell’argomento

Chi è certificato va dunque considerato migliore di un’altra azienda agricola?
No, nel modo più assoluto. L’essere certificati non significa essere migliori di altri. Ci sono migliaia di aziende agricole più attente di noi all’impatto ambientale, e molte di queste non sono certificate. A volte, tuttavia, (in annate piovose o difficili, per esempio) vi può essere la tentazione o la necessità di utilizzare sostanze o pratiche non previste dal protocollo europeo. Essere certificati è semplicemente l’obbligo di rispettare e credere in quel protocollo, anche nelle annate più complicate.

Perché vi siete certificati?
Esistono viticoltori che, pur professandosi nemici del diserbo chimico, lo utilizzano 1-2 volte l’anno nel sottofila, salvo poi cercare di mascherare la fantomatica striscia arancione (segno della bruciatura) rivoltando la terra con uno scalzatore solo pochi giorni (quando non ore) dopo. Non mi piace un approccio di questo tipo, un po’ da ‘furbetti del diserbo’. Non esiste alcun obbligo di adesione al biologico, ma la serietà deve essere alla base del rapporto con il consumatore in qualsiasi caso. Io stesso non sono sempre stato un fautore del biologico; poi ho cambiato idea, l’ho fatta cambiare a mio padre (Vladimiro era già fervente praticante) e abbiamo iniziato il percorso con il massimo impegno possibile. Per questo ci siamo certificati.

Il protocollo (regolamento) sul vino biologico è migliorabile?
Certamente si. Ad oggi sono ammesse un sacco di sostanze e pratiche inutili per chi crede in un approccio poco invasivo. E da qui vi è la grande critica del mondo “naturale” al regolamento europeo sul biologico, giudicato (correttamente) troppo blando. La grande differenza sta nella gestione del controllo, in quanto il vino “naturale” è difficilmente controllabile: ad oggi infatti non esiste un protocollo condiviso su cui basare il controllo. Esistono casi illuminati (come l’associazione Vinnatur, e altre) che analizzano ogni anno i vini degli associati sulla base delle proprie regole, ma manca un protocollo a livello nazionale o europeo sulla definizione di “naturale”. Quando questo nascerà, saremo felici di prenderlo in considerazione.

Si possono aggirare le regole?
– Certo, come in ogni ambito della società civile esiste l’illegalità e la violazione delle regole. Ma in questo caso anche l’ente certificatore ne sarebbe coinvolto ed è questo che aumenta la garanzia. Ormai è molto difficile nascondere la verità ad analisi ed esami fisico-chimici sempre più accurati. Per questo è sempre più rischioso cercare di aggirare le regole. Sempre nella logica per cui nessuno è obbligato a certificarsi.

Perché non applicate il logo biologico su tutte le vostre etichette?
Non mi interessa far sapere al mondo che sono biologico. Ma quando affermo di esserlo, voglio farlo con orgoglio e sicurezza, sulla base di un controllo serio e preciso. Il logo biologico è un’opzione che forniamo ai nostri importatori/distributori i quali, sulla base delle loro preferenze, decidono di inserirlo oppure no in etichetta. Ci sono Paesi in cui lo troverete, mentre in altri no. Io sono generalmente contrario al suo inserimento, in quanto considero la certificazione un’incentivo all’attenzione nei processi aziendali interni piuttosto che una leva di marketing. Anzi, in alcuni casi il logo verde è visto persino negativamente, quasi un segno di attenzione più alla forma che alla sostanza. Non voglio vendere i vini in quanto biologici, ma perché sono buoni. E non devono essere più cari, perché essere biologici a La Morra con il Nebbiolo (diverso sarebbe con altri vitigni in altre zone) per una piccola azienda familiare come la nostra non costa di più e le rese non sono minori. Ciò che conta è che chiunque accosti Trediberri al biologico, lo può fare con tranquillità e con la garanzia di un controllo da parte di un ente certificatore.

Voi siete ‘naturali’?
Utilizziamo l’anidride solforosa in quantità più o meno alte a seconda delle annate e a volte chiarifichiamo con bentonite. Se un nostro vino non terminasse la fermentazione malolattica, non esiteremmo a filtrare per evitare eventuali rifermentazioni in bottiglia. Vogliamo fare i vini che noi consideriamo buoni e non vogliamo che la necessità di non aggiungere solfiti o non chiarificare ci porti a presentare prodotti che non riteniamo piacevoli. In quel caso, pensiamo si presenterebbe il rischio di diventare schiavi di un dogma, piuttosto che capire se abbiamo prodotto un vino che ci piace oppure no. Detto questo, decidete voi che etichetta appiopparci.